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RECENSIONE AL FILM “LA DEA FORTUNA

Di Ornella Mallo
“Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua
immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel
momento quella persona sarà sempre con te.”
Tenere sempre con sé qualcuno a cui si vuole molto bene. E’ questo il messaggio didascalico del
film “La dea fortuna”. Un messaggio che va contro i tempi di oggi, contrassegnati dalla liquidità dei
rapporti:impermanenti, fluiscono come l’acqua.
Fluidità dei rapporti, evanescenza, sparizione. Questa la caratteristica oggi delle relazioni, imbastite
all’insegna dell’utilitarismo più cinico: a quoi bon, a che serve una persona? Qual è lo scopo che
posso raggiungere, l’obiettivo che mi posso garantire, grazie ai rapporti umani?
Scrive Adriana Zarri: “Ci manca il senso del gratuito e quando ci chiediamo: “ A che serve?”,
intendiamo il servizio come pura produttività.
Ma in questo senso Dante non serve, Bach non serve; facendo un salto, Dio, nemmeno Lui, serve.
Se non vogliamo concepirlo come un mago, a servizio del nostro mal di denti, è un bene del tutto
improduttivo.
Così non serve la preghiera, come non serve l’arte, la fantasia, l’amore, il gioco, la festa: beni tutti
disinteressati, gratuiti, oziosamente inutili”.
Ozpetek, dunque, ci lancia un messaggio ben chiaro, in antitesi ai tempi edonistici di oggi:
impariamo a trattenere, anziché a lasciare andare, le persone. Tenerle sempre con noi, nonostante
tutti i nonostante che si frappongono come ostacoli.
Ed ecco: la coppia protagonista del film, Arturo e Alessandro, caduta nella monotonia della routine,
non si scioglie, nonostante il tradimento perpetrato da uno dei due, il bravissimo Stefano Accorsi,
nel ruolo di un traduttore narcisista, dall’ego ipertrofico, che però si aprirà agli altri, affezionandosi
alla coppia di bambini di cui si prende cura per amore del compagno. La coppia finirà per adottarli:
l’ amore che nasce e permane nonostante non ci siano vincoli di sangue.
Trattenere una persona cara dentro di sé, nonostante la morte: ed ecco Jasmine Trinca, la mamma
dei bambini, amica di Alessandro, che resta nei cuori di tutti, nonostante la sua prematura
scomparsa per un tumore al cervello.
Vincoli di amicizia che nascono e si impongono all’insegna della permanenza e non della fluidità,
nonostante le convenzioni sociali, impersonate da un’austera Barbara Alberti, nel ruolo della madre
della Trinca: una madre odiata, proprio per i suoi tratti algidi, borghesi, che tendono ad annullare
qualsiasi umanità nelle persone, che vengono imprigionate metaforicamente in un armadio.
Sullo sfondo la statua della Fortuna Primigenia, che si trova a Prenestina; Roma, in tutto il suo
splendore. Ma soprattutto la Sicilia, che abbraccia calda i protagonisti del film: una sontuosa villa
del bagherese, e il paesaggio dell’Addaura. Per non parlare della spiaggia dell’Arenella, in cui
fanno un bagno liberatorio i protagonisti: quasi un battesimo laico, di tutti e quattro, compiuto
all’alba, che segna la loro rinascita.
Film profondo, carico di significato, scandito da musiche bellissime: ricorre Mina, tanto amata dal
regista, che ci regala una “Luna diamante” meravigliosa.
(fonte immagine:web)
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