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La recensione: “Hammamet”

Clotilde Alizzi

Gianni Amelio ci stupisce nel portare in scena personaggi controversi della storia sia politica che di mafia, grazie alle favolose interpretazioni di Pierfrancesco Favino.
Un attore questi, di una bravura eccezionale, che già con Il Traditore, interpretando Buscetta è stato candidato agli Oscar.

Ci ritenta sicuramente quest’anno, e con lui anche il regista, per la sicura candidatura.
E in un anno in cui si celebra Fellini con i suoi ben 4 Oscar, ci piacerebbe rivedere l’Italia sul podio.
Hammamet è un film denso, lento, quasi pesante.
Aggettivo quest’ultimo non negativo, ma che rende la materia di cui è fatto.
Favino ci racconta Craxi nella sua voce di esule.
Fu esule per sua scelta, per non affrontare le conseguenze di Mani Pulite, ma forse anche per non doverne parlare.

I segreti più neri sono seppelliti e mai conosciuti in quel pozzo nero di bocche chiuse dai suicidi o dagli esili.
Craxi non viene assolto nel film, né commemorato.
Amelio ce lo mostra così come deve: un uomo al declino, malato, sofferente, ma mai pentito. Ribelle e arrogante come lo è sempre stato.
Si coglie la sua ostinazione nel non voler tornare in Italia, nemmeno quando i motivi di salute lo esigeranno.
Resta.

Resta nella sua residenza bianca. Protetta, un’oasi metafora dell’inconscio e della sua determinazione.
Qui si intrattiene con il figlio folle del suo caro amico e compagno di partito, martire per aver scelto il suicidio. Ma è poi vero sia andata così?
La figlia unica fan, infermiera, protettrice, unico baluardo alla sua stessa malattia.
Si avvicendano alcuni visitatori. Ma solo un politico, e di altro partito, vero amico.
In questa oasi nebulosa, sospesa consuma i suoi ultimi giorni.

Quando si apre l’inchiesta di mani pulite la fine della Prima Repubblica è decretata.
Gli Italiani sperano nel cambiamento, rimuovono falsi idoli, li sommergono di monetine.
È la fine. E quanto resta legato alla punta delle dita è un mistero.
Quanto abbia davvero rubato a chi, e quanti lo hanno fatto resta un mistero cucito in quelle bocche chiuse dai suicidi o per scelta.

Anche le indagini si chiusero per le minacce di morte al magistrato Di Pietro, con la sua veloce messa fuori gioco perché qualcuno altrove volle. E tutto si intrecciava in quegli anni con le ritorsioni che la Mafia rivolse allo Stato con le stragi eccellenti.
Il film non offre soluzioni, offre lo spettacolo di un uomo al capolinea, orgoglioso, rabbioso a volte, sprezzante e ribelle come lo è sempre stato, che chiude la sua vita nella debolezza della malattia e dell’esilio

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Serena Marotta

Giornalista palermitana, classe 1976. Laureata in Giornalismo. Ha collaborato con il Giornale di Sicilia, La Repubblica, il L’Ora e scrive per diversi quotidiani online. Le sue passioni? La scrittura, il canto e la fotografia. Ama la sua città: Palermo.

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