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La crisi dell’agricoltura nasce da lontano

La nostra agricoltura è in sofferenza, grave. Non si raccolgono i frutti della terra per mancanza di schiavi.

di giandiego marigo

Se ne parla a lato, quasi sottotraccia, mentre si contano i decessi, veri e presunti (ancora nessuno ci ha detto quanti siano REALMEMTE i decessi per il solo Coronavirus ed il responsabile stesso della Protezione Civile ha , a suo tempo, dichiarato che non viene operata alcuna distinzione fra decessi per decessi con, il che lascia spazio, insieme a i falsi positivi a moltissime, decisamente troppe, supposizioni); mentre la pandemia ed i suoi eccessi di pseudo-contenimento invadono ormai da tempo ogni anfratto del mainstream.

La nostra agricoltura è in sofferenza, grave. Non si raccolgono i frutti della terra per mancanza di schiavi. L’affermazione che ho fatto può apparire forte, eccessiva, ma è assolutamente realistica.

Sarebbe davvero troppo semplice ascrivere, come si sta facendo, ogni effetto alla sola causa del Coronavirus, purtroppo questo è solo molto parzialmente vero.

La realtà è figlia di una serie di concause, che hanno permesso che l’emergenza coronavirus divenisse il disastro epocale che si sta prospettando.

Una frase fatta del progressismo modernista invita la stupidità del razzismo a popolare i nostri campi, ma non basta, resta quel che è un luogo comune. La struttura stessa della nostra agricoltura è malata sin dal suo esistere.

La scelta dell’industrializzazione che ha creato la necessità di mano d’opera a bassissimo costo, la coltivazione intensiva che ha allontanato la figura del contadino dalla sua terra. L’abuso della schiavizzazione e dello sfruttamento che ha allontanato i giovani, gli studenti, la mano d’opera occasionale più tradizionale e nazionale dalla terra. La visione stessa di mondo, che privilegia amplissimamente il profitto, ponendolo come unico valore. L’abbandono di ogni criterio di autosufficienza alimentare, sull’altare della grande distribuzione, del consumismo, la grande truffa della Green Economy. Il concetto stesso che abbiamo di Progresso che lo sovrappone all’industrializzazione ed alla tecnologia. L’allevamento intensivo che supporta l’abuso della scelta carnea, che tanto danno arreca al pianeta ed alla scala valoriale dell’umanità stessa.

L’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti, per supportare la coltura intensiva e l’unico valore del Massimo Profitto.

È quindi il percorso che ci ha portati sin qui, le scelte che abbiamo operato a monte, che in qualche modo hanno permesso che la nostra agricoltura di divenire dipendente dallo schiavismo organizzato ed ipocrita. Di non avere escamotage di emergenza che non fossero lo sfruttamento organizzato di mano d’opera extracomunitaria a bassissimo costo. Sino alla estremizzazione attuale per la quale si buttano le primizie per mancanza di schiavi addetti alla raccolta.

Torniamo indietro, però, non si contano gli abusi, le narrazioni di sfruttamento, di sottomissione forzata. Non a caso, per esempio in Lombardia (ma non solo), proprio dall’area agricola e dell’allevamento per carne e produzione di latte e derivati deriva il maggior supporto, quanto meno in fase iniziale, al fenomeno leghista e sempre in quell’area si annoverano i maggiori “sentimenti razzisti ed anti-europeisti”.

Per carità, non che i dubbi sull’Europa della finanza non siano leciti e ci sia molto da difendere, non che le politiche dell’Europa sull’agricoltura siano poco discutibili e sommarie, i dubbi sono più che giustificati e le politiche europee spesso dolorosamente inadeguate, ma resta il fatto, innegabile e storico, che il pensiero leghista e razzista e sovranista italiano sia nato dalle campagne opulente del lombardo veneto.

L’agricoltura italiana è in fortissima crisi? Innegabile! E potrebbe essere l’occasione per ripensarla, fortunatamente la terra è legata a cicli ed a stagioni e non nega per sempre il proprio frutto, a patto di non rovinare e distruggere definitivamente la sua fertilità. A patto di non abusare e di non confondere il rapporto naturale con una forzatura di follia industriale. A patto di rinnovare quell’antico contratto silente, fatto di appartenenza e condivisione e non di possesso e sfruttamento.

(fonte immagine: web)

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