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La commedia  delle notti d’estate ovvero i diari di villa Trasparenza di Fabio Gagliano

Fabio Gagliano

Gli anni settanta del XX secolo sono stati un decennio assolutamente unico, ricco di novità e contraddizioni.

Chi ha vissuto da giovane in quegli anni si è formato in maniera tale da portare dentro di se una stimmate indelebile.

In estate si andava nelle isole del Mediterraneo in gruppi numerosi e assortiti all’ultimo momento, si parlava di amore libero e di rivoluzione.

Questo diario è stato scritto nell’estate del 1979, quando, In bilico tra collettivo e personale, si cercava di godersi la vita con un po’ di confusione.

Quindi…

 

…su un’isola del Mediterraneo nell’estate del 1979…

 

Gli inquilini di Villa Trasparenza

 

Gli inquilini di Villa Trasparenza sono questi elencati qui sotto. Di essi in pochissime parole si da una descrizione.

Io (detto anche Iò) il pittore, la voce narrante

Rachele la radical scic, fidanzata di Io

Artura la domatrice proletaria

Elpidio il commerciante di caviale

Eufrasia la misteriosa sciattona

Callisto quello che gioca a pulce

Crispino il fisico deluso che gioca a pulce con Callisto

I granciporto (i granchi della spiaggia)

Di tutti questi, il più strano, improbabile, impopolare e antipatico, ma forse per questo, il più interessante, era Elpidio.

Di lui è scritto nelle prossime pagine quello che lui stesso raccontò in una calda notte di agosto. Ma prima del suo racconto credo che alcune righe sul personaggio siano indispensabili. Righe tratte dal mio diario, riportate così come le scrissi di getto durante quella estate.

 

ELPIDIO E IL CAVIALE

 

Oggi Elpidio  mi ha di nuovo invitato a mangiare caviale.  Dice  che è  di una qualità nuova che viene  dalla  Nuova Zelanda  e  che  lui  la  vorrebbe  commercializzare  in occidente.  Come  al solito si presenta con  i  crostini imburrati  ed  una  ciotolina  con  quattro  chicchi  di caviale. Mi porge un crostino su cui ne ha messo uno con una pinzetta.

Lo  ringrazio e gli dico che non vorrei  abboffarmi.  Mi

risponde  che  il caviale è molto nutriente e  ne  basta

poco. Lo ringrazio di nuovo, ma gli faccio presente  che

mi vizia troppo.

Quando mi chiede se mi sembra adatto per essere

Venduto in  Europa gli rispondo che quello è un tipo di

caviale con cui si ci può strozzare, meglio evitare.

Mi allontano rapidamente da lui come hanno già    fatto

tutti   gli  altri.  Nessuno  ha  contro   Elpidio   dei

pregiudizi, ma è  lui stesso che si rende insopportabile.

Dopo la mania per il caviale viene di seguito quella  di

sparlare  del prossimo:  si avvicina a  me  e  con  fare

intrigante mi confida che Crispino ha detto che io  sono

proprio  un  miserabile e un pessimo  imbrattatele,  gli

dispiace proprio, ma per amicizia non può fare a meno di

dirmelo.  Io non commento nemmeno con una virgola e

lui si  prende  la  briga di informare Crispino che  io  ho

appena  detto  che lo considero un pazzo  pericoloso,  e

glielo dice per l’amicizia che lo  lega a lui, ovviamente!

E  così   via dicendo, anzi  maldicendo,  con

tutti quelli con cui viene in contatto. Siccome a  Villa

Trasparenza,  tranne  lui,  nessuno è  fesso,  in  pochi

giorni  si è  guadagnato la disistima di tutti.  Ma  non

basta: ha chiesto soldi a chiunque senza mai  restituire

un centesimo, mangia a sbafo, non lava mai i piatti,  si

lamenta  di  tutto  e gli puzzano i  piedi.  Inoltre  si

intriga  sempre nei fatti degli altri, ma di lui non  ha

mai  raccontato nulla e nessuno sa esattamente  da  dove

provenga.  In  effetti  non interessa a  nessuno,  ed  è

sopportato  solo perché un nostro comune amico ce lo ha

segnalato   come  pietoso  caso  umano   pregandoci   di

ospitarlo  per qualche tempo. Inoltre è  di  un’ignoranza

abissale:  è convinto   che   il   Cubismo   sia   la

rappresentazione  di  persone in cubi, che  il  Dadaismo

derivi   dal  dadaumpa  e  che  il  rinascimento  e   il

risorgimento  siano lo stesso periodo  storico.  Afferma

con  convinzione  che  Las  Vegas è  la  capitale   del

Venezuela,  che  Shakespere  abbia  scritto  la   Divina

Commedia e che uno dei sette nani si chiami Bombolo.

Insomma,  non è  proprio esaltante averci a che  fare  e

così   lo evitano tutti. Poi, da un po’ di tempo in qua, ha

iniziato a fare la mano morta con le ragazze, ma rimedia

degli  sganassoni tremendi. Almeno in qualche modo  c’è

qualcuno che lo punisce.

 

 

 

 

 

LA STORIA DELLO SCARAFUS LUNATICUS

 

Questa   sera  siamo  tutti  assieme   a   Villa Trasparenza,  parliamo  del più  e del  meno  finché  non arriva  il nostro vecchi amico Rufino che abita poco distante. Porta  ancora  i   segni   dell’ultima riunione, un vistoso cerotto sul sopracciglio  sinistro e poi zoppica un po’. Quella sera, un po’ per scherzo, un po’ perché avevamo bevuto, abbiamo giocato a tiro al bersaglio con gli zoccoli Pescura. E il bersaglio era lui.

Francamente non posso che ammirare il  suo  eroismo,  ma, mi  chiedo,  siamo  noi   così interessanti da far rischiare la pelle a costui?  Oppure Rufino è  travagliato da una mania autodistruttiva?  Deve essere  senz’altro  così    perché     appena  arriva  chiede subito  ad Elpidio:- Tu non hai sempre avuto a che  fare con il caviale, è vero?-

Tu che ne sai?-

L’ho sentito dire in giro-

Ma tu sei uno sbirro?-

No! mai.-

E’  un  rompiaballe  troppo  curioso-  interviene  con insolito cipiglio Eufrasia – prima o poi finirà appeso.-Ho  sempre sospettato che Eufrasia non sia sempre  stata quell’etereo  individuo  sognante  che  vuole   apparire  nonostante   l’aspetto   trasandato   e   sudicio;    ho

l’impressione che in altri tempi abbia avuto legami  con

ambienti  poco  raccomandabili,  chissà  forse  con   la

malavita organizzata.

Comunque  Elpidio  non  si  scompone  e  con  un  ghigno

risponde a Rufino che lui è un uomo senza passato.

Senza  passato un corno! – Sbotta Crispino che  compare con  un grosso pacco di fogli sotto il braccio pieni  di formule  matematiche  – racconta a lor signori  come  ti chiamavano quand’eri anche tu professore universitario!-Cristo,  chi l’avrebbe mai detto che quel pazzo  maniaco del  caviale  era un professore universitario.  La  cosa comincia   davvero   ad   essere   interessante,    devo assolutamente scoprire la verità  su Elpidio. Mi  accorgo che lo stesso mio pensiero ha attraversato le zucche dei presenti,  l’affermazione di Crispino ha messo tutti  in agitazione.

Elpidio  ha piantato gli occhi in faccia a  Crispino,  e

sembra che se lo voglia mangiare con tutte le calze e le

scarpe,  ma Crispino ha uno sguardo durissimo, la  scena

sembra  quella di un duello in un film western,  infatti

ci  scansiamo   prevedendo che prima o poi uno  dei  due

afferri  una  scarpa  e la scagli  sull’altro.  Anzi  ci

scostiamo  ancora di più perché potrebbero  prendere  le

nostre scarpe per spararsi addosso.

Poi  Elpidio con una voce rauca e bassa che  ricorda

non  un film western ma l’esorcista  sibila: – Ti  sbagli,

stai  confondendo persona, i numeri ti hanno  dato  alla

testa. Fece  bene il rettore ad esonerarti all’insegnamento

per insufficienza meningea.-

Non sono stato esonerato per insufficienza meningea.-

Sei stato esonerato perché    eri uno sporco sovversivo al servizio di Mosca e dell’imperialismo comunista!-

Esatto, questa era l’accusa, ma tu come fai a saperlo?- La tensione è altissima, Eufrasia ha tutti i peli  ritti e siccome sono tutti colorati danno l’impressione di  un prato  svizzero  in primavera:  qualcuna  delle  ragazze dovrebbe consigliare ad Eufrasia di depilarsi invece  di dipingersi i peli.

Elpidio  tace, ha uno sguardo lampeggiante, ma non  dice

una parola. E’ evidente che vuole chiudere il discorso e

non  riprenderlo  mai più ma Crispino non è di  questo

avviso  e  con aria truce comincia ad  arringare:-  Sono

stanco  di questa storia del fisico deluso che  gioca  a

pulce  perché non ha di meglio da fare, io  sto  pagando

perché non  mi  sono mai piegato ai  compromessi  e  ai

giochi  di  potere. Ed ho sacrificato  la  mia  carriera

universitaria.   Quello  invece   -indica  Elpidio   con

l’espressione del sommelier costretto a bere un vino  in

tetrapak   –  la  sua  carriera  universitaria  se l’ è

costruita tutta sui compromessi e sulle raccomandazioni,

e ne ha combinate tante che alla fine ha dovuto cambiare

mestiere,  perché  nessuno si potesse più ricordare  di

lui.  Forza Elpidio, racconta agli amici la tua  storia,

così  forse, da  oggi  in  poi,  avrai  un   po’   di

considerazione, visto che per ora non ne hai affatto!-

Elpidio  si  trova tutti gli occhi puntati  addosso,  si

intuisce che è in un momento di grande indecisione:

per la   prima  volta  a  Villa  Trasparenza  ha   suscitato

l’interesse  collettivo  e  non per  essere  oggetto  di

sberleffo e bersaglio di insulti oltre che di bulloni di

ferro, qualche volta, (so che state pensando a me, ma io

Elpidio l’ho centrato solo a colpi di granciporto  sulla

spiaggia).   Per   la   prima   volta è al    centro

dell’attenzione  come  una volta, quando  era  qualcuno,

quando   era   il  signor  professore.   Forse   uscendo

dall’anonimato  potrà essere considerato come un  essere

umano con pregi (pochi) e difetti (enormi). Al contrario

scegliendo  il silenzio rimarrà sempre solo  il  maniaco

del  caviale, stupido e ignorante. Ma dovrà svelare  il

suo terribile segreto e non potrà  barare perché c’è una

persona che sa ed è stanca del silenzio. Però, qualunque

cosa dica, anche se ai miei occhi non sarà di certo  più

il maniaco del caviale, rimarrà ugualmente lo  stupido e

ignorante Elpidio di sempre. Guardo gli altri e suppongo

che   tutti abbiano fatto le mie stesse  considerazioni,

poi  guardo Elpidio ed anche lui mi sembra che le  abbia

fatte: in fin dei conti non ci guadagnerebbe poi  tanto:

non più maniaco ma sempre coglione.

Poi finalmente sembra decidersi, si mette comodo su  una

poltrona, si versa una generosa quantità  di Pernod in un

ampio  bicchiere  pieno di ghiaccio, ci guarda  tutti  e

comincia a raccontare.

Ora  voi  sapete  che io nella mia  vita  non  ho  solo commerciato  in caviale, anzi questa è un’attività che pratico da poco tempo, vendere caviale è un ripiego,  un lavoro  che  sono  riuscito a trovare dopo  che  la  mia precedente attività era terminata bruscamente.  Soltanto uno di voi sa questo, ma nella sua perfidia di giocatore di pulce, ha messo in giro delle calunnie sul mio  conto per cui voi ora mi disprezzate. Ma vi  racconterò come andarono veramente i fatti.

Io  sono uno dei pochissimi uomini che è sbarcato sulla

Luna  con una spedizione della NASA e là si è compiuto

l’apogeo  della mia carriera e nello stesso tempo  anche

la mia rovina.

Come  riuscii a raggiungere la Luna non è difficile  da

spiegare, e in effetti molti avevano previsto che  fossi

io  uno  dei  selezionati  per  la  spedizione lunare,

soprattutto quelli a cui avevo fatto le scarpe. Questa

spedizione è tuttora sotto segreto di stato, comunque

oggi  ne possiamo parlare perché io oramai  sono  uscito

dal  giro  scientifico,  nessuno mi può più fare nulla

(peggio  di  come  sono  ridotto  difficilmente  si  può

arrivare),  ed  altri personaggi che furono più  o  meno

responsabili  delle mie avventure non ci sono più, come

per esempio mio zio materno.

Lo  zietto  era un abile e potente politico,  dotato  di

un’eccezionale capacità   camaleontica, era bravissimo nel

crearsi e mantenere vastissime clientele. Nel periodo in

cui  io  stavo per terminare il mio corso di  laurea  in

scienze  biologiche,  egli fu  ministro  della  pubblica

istruzione.  Così   vennero ad incontrarsi  fortunosamente

il  suo amore verso il giovane nipote, il suo potere,  e

la  mia innata capacità   di opportunista.  L’incontro  di

queste  tre  cose  fece  si che  fossi  scelto  tra  una

ristrettissima   rosa   di   scienziati   europei    per

partecipare  ad una spedizione americana sulla Luna.  Su

come un giovanissimo professore universitario  riuscisse

a scavalcare tanti professoroni aspiranti astronauti con          curriculum   accademici  vasti   quanto   l’enciclopedia

Treccani,   si  fecero  un  mucchio  di  illazioni,   ma

ovviamente la verità è che ero un raccomandato di ferro.

La mia nomina a membro effettivo della spedizione  della

NASA  non  fu altro che uno dei  variegati  aspetti  del

gioco  delle correnti politiche del partito di mio  zio.

Ovviamente  ciò suscitò   un oceano  di  polemiche,  però

vorrei  precisare che in quel momento ero già direttore

di  cattedra  e  avevo  al  mio  attivo  diversi  lavori

scientifici,  pubblicati su riviste di prim’ordine,  che

mi avevano conferito una certa fama di ricercatore.

Già  durante la mia pur sofferta carriera  universitaria,

da interno dell’istituto di ecologia, oltre a divertirmi

un  mondo  ad  occupare la facoltà di  biologia,  fare

gruppi  di  studio, ricercare il mio  io  interiore  nel

sesso, negli spinelli e nel rock’n roll (a fare  insomma

politica  attiva),  feci delle scoperte già  scoperte  da

tempo sull’inquinamento dei nostri mari. Impostando però

il   lavoro  sotto  un aspetto   storico-socio-politico,

riuscii a trarne una mezza dozzina di pubblicazioni.

Dopo che mi fui laureato entrai in crisi, sapevo di  non

sapere  nulla,  ma  siccome  avevo  scoperto  in  me  un

particolare interesse per la microbiologia, entrai  come

ricercatore in quell’istituto, fregandomene altamente di

frequentare perché  il direttore era cliente di mio zio.

Desiderando  di  essere  comunque  utile  alla  società,

cominciai  a  leggere  e  a  tradurre  le  pubblicazioni

dell’Istituto Pasteur. Io però non conoscevo il francese

e  a  pensarci bene nemmeno gran che  di  microbiologia,

cosicché  lavorando molto di fantasia su quello che avevo

capito  dalla mia improbabile traduzione,  elaborai  una

teoria  sul metabolismo batterico che sin da  allora  mi

sembrava   del   tutto  allucinante.  Decisi   però di

pubblicarla  a  mio nome, e dopo alcuni  mesi,  con  mia

enorme  sorpresa, alcuni ricercatori francesi  lavorando

sulla  mia idea la confermarono. Nell’ambito  accademico

fu  un  vero successo, fui invitato  anche  all’Istituto

Pasteur dove mi guardai bene di andare perché non  avrei

mai e poi mai saputo che dire. Invece accettai subito la

cattedra di biologia generale che mio zio, approfittando

della  situazione favorevole, riuscì a  farmi  ottenere.

Ero  il  più  giovane direttore  di  cattedra  di  tutto

l’Ateneo.

A  questo  punto  mi potevo già   considerare  arrivato:

guadagnavo bene e praticamente non lavoravo. Difatti  mi

ero  scelto come assistenti due miei colleghi  di  corso

che al contrario di me erano molto preparati: il  lavoro

in  istituto lo facevano loro, io ogni tanto  mi  facevo

vedere   per   adocchiare  qualche  giovane,   bella   e

disponibile   studentessa   che  poi,   esaminatane   la

disponibilità, promuovevo con 30 e lode.

Riuscii  sempre  ad  accattivarmi  le  simpatie   degli

studenti   grazie  alle  mie   lezioni   particolarmente

divertenti   (qualche  maligno  diceva  che  erano   una

barzelletta)  ed agli esami particolarmente facili.  Non

so  come, ero considerato uno dei più    preparati  docenti

della  facoltà.  Tenevo in istituto un  gran  numero  di

studenti i quali sotto la guida dei miei assistenti (e a

volte  mia,  quando  era il caso di  seguire  da  vicino

qualche  interessante  studentessa) si  esercitavano  ad

usare   microscopi,   fare   svariati   esperimenti,   e

soprattutto un casino d’inferno. Tutto ciò rendeva il mio

istituto  uno dei migliori perché era evidente  che  era

dedicato completamente alla didattica e gli studenti  di

buona  volontà    potevano imparare tante  cose  pratiche.

Tutto  serviva  anche come copertura al  fatto  che  non

eseguivamo alcuna ricerca o quasi.

Tutto andava a gonfie vele finché    non venni a sapere del

viaggio sulla Luna. Da allora non ebbi più pace: sin  da

bambino  avevo sognato di andare sulla Luna,  da  quando

ero ragazzo ero vissuto nel mito di Von Braun e di  Yuri

Gagarin, avevo letto un mucchio di libri sulla conquista

dello  spazio  ma soprattutto  possedevo  una  collezione

sconfinata di libri di fantascienza.

Io  dovevo andare sulla Luna, ne feci una  questione  di

vita.

Gli Americani avevano messo a disposizione degli Europei

un posto per un biologo, uno per un Fisico ed uno per un

geologo e a  noi Italiani spettava  proprio  quello  per

biologo.  Telefonai  a  mio zio  annunciandogli  la  mia

decisione  di partecipare alle selezioni. Lo  zio  disse

che  avrebbe  fatto il possibile, ma  aggiunse  che  per

superare  le selezioni era indispensabile presentare  al

CNR dei validi progetti inerenti la biologia spaziale da

realizzare  sul  laboratorio  lunare  e  dimostrare   di

essersi   interessati  di  questo  argomento.   La   mia

posizione attuale era già  un buon trampolino di  lancio,

ma  sia  i  progetti  che  i  lavori  scientifici  erano

indispensabili,   altrimenti   gli  Americani   non   mi

avrebbero mai accettato. Tutto doveva essere  presentato

entro un anno.

Mi sentii terribilmente depresso, ma non mi scoraggiai.

In  due  sere  scrissi  un  articolo  sulle   radiazioni

cosmiche che intitolai: “Ipotesi teoriche sulle influenze

dei   raggi   cosmici  sulle  cellule   eucariotiche   e

procariotiche: si può    influenzare l’enuresi con i  raggi

gamma?”. Per redigere l’articolo mi basai su un  racconto

di Isac Asimov che avevo letto qualche settimana  prima.

Feci  pubblicare l’articolo sul Bollettino Nazionale  di

Biologia  Sperimentale, l’articolo non era un gran  che,

ma nessuna rivista scientifica si sarebbe mai  rifiutata

di pubblicare un articolo del nipote del ministro  della

pubblica istruzione.

Quindi  piantai  un  casino  pauroso  nel  consiglio  di

amministrazione della facoltà   per farmi acquistare delle

apparecchiature che mi sembravano indispensabili al  mio

lavoro  e  non smisi di tormentarli finché non  ottenni

quello che volevo. In realtà  non avrei avuto il tempo di

utilizzarle,  ma  pensavo  che  la  presenza  di  queste

attrezzature in istituto fosse necessaria come copertura

ai  lavori scientifici che mi accingevo a scrivere.  Non

avrei  avuto  il tempo di sviluppare  dei  programmi  di

ricerca  validi  in così   poco tempo, ammesso  che  fossi

capace di idearli, perciò li dovevo inventare.

Mentre  aspettavo  le mie  apparecchiature  mi  procurai

decine  di  riviste scientifiche  inerenti  la  biologia

spaziale  per avere degli articoli da citare come  fonti

bibliografiche,  ma soprattutto mi misi alla  ricerca  di

libri  di  fantascienza, cercando oltre  che  nella  mia

fornitissima  biblioteca,  anche nelle  librerie,  nelle

edicole e nelle bancarelle. Lessi e rilessi migliaia  di

pagine  e  finalmente  formulai  una  decina  di  teorie

sull’influenza  che  potevano  avere  sulle   particelle

viventi  i  raggi  cosmici,  l’assenza  di  gravità,  le

variazioni dei ritmi circadiani ed altro ancora.

Una volta in possesso dei miei apparecchi (e dei tecnici

che  li sapessero usare) mi affrettai a dimostrare  come

le mie teorie non erano dimostrabili, salvo una lunga ed

accurata  sperimentazione in luoghi adatti,  quali,  per

esempio,  le  stazioni spaziali (vedi  un  po’).  Quindi

facevo regolarmente notare quale rivoluzionario  apporto

di  bene e prosperità avrebbero portato al genere  umano

le  scoperte  che  io  ritenevo  possibili  se  solo  le

ricerche  fossero state condotte in luogo adatto  e  con

sistemi appropriati.

Esposi  tutto  ciò in  numerosi  articoli,  su  riviste

specializzate e su rotocalchi (ricordo che io non  avevo

nessuna   difficoltà a  pubblicare   qualunque   boiata

scrivessi  su tutte le riviste nazionali), e  per  farmi

conoscere  all’estero  cominciai a frequentare  tutti  i

congressi,  i meeting ed i convegni  internazionali  che

erano   programmati.  Ovviamente  in  questi  casi   non

presentavo  lavori scientifici, ma mi presentavo io  con

la  mia  grande  faccia  tosta  ai  colleghi  americani,

inglesi, russi, francesi.

Conoscendo  discretamente l’inglese e sfruttando la  mia

particolare  abilità nelle pubbliche relazioni,  divenni

ben   presto  amico  di  numerosi   importanti   biologi

stranieri  che spesso invitavo presso il mio istituto  a

spese della facoltà.

Facendo visitare il mio istituto essi potevano vedere  i

miei assistenti e gli studenti che si affaccendavano nei

laboratori,  ma  non  davo dettagli  sulle  ricerche  in

corso,  perché, dicevo, che se non avessi avuto in  mano

dati  precisi  non  avrei voluto  anticipare  nulla  dei

lavori che si stavano sviluppando.

In  realtà i miei collaboratori non facevano  niente  di

più  che  cercare di capire come  diavolo  funzionassero

quelle maledette apparecchiature.

In  compenso  ospitavo  i  miei  illustri  colleghi  nei

migliori  alberghi  della città, li  facevo  mangiare  a

crepapelle  nei  migliori ristoranti e,  quando  era  il

caso,  fornivo loro una qualificata compagnia  femminile

(bene  o  male c’era sempre qualche studentessa  che  si

prestava:  in  fin  dei  conti  non  mi  costava   nulla

dispensare   qualche  30  e  lode  o   raccomandare   la

volenterosa  fanciulla per gli altri esami del corso  di

laurea).

In meno di un anno ero già  considerato una delle persone

più conosciute  nell’ambito  della  biologia   spaziale

internazionale e nazionale anche se molti, pur ritenendo

che  io  avessi sempre frequentato  l’ambiente,  non  si

ricordavano quando mi avessero conosciuto.

Insomma, alla fine fui incluso nella lista dei possibili

astronauti insieme ad altri dieci biologi provenienti da

altri atenei.

Venni  quindi a scoprire che ero uno dei pochi ad  avere

tutti  i  requisiti:  la mia giovane  età garantiva  un

fisico in buona forma, in grado di poter sopportare  una

missione  spaziale,  ero  in possesso  del  brevetto  di

pilota  civile che mi ero affrettato a conseguire  prima

che  iniziassero  le  selezioni  e  poi  avevo  un  buon

curriculum scientifico.

Così    soltanto in tre riuscimmo a  superare  agevolmente

tutti gli esami medici, psicologici ed attitudinali.

Fummo   quindi  inviati  al  centro   di   addestramento

dell’aeronautica  militare, dove si presero cura di  noi

un mucchio di gente, tra cui un colonnello che sottopose

con  sadico  piacere me e gli altri  selezionati  ad  un

addestramento massacrante.

Ma  io  resistevo impavido e speravo che gli  altri  due

miei colleghi schiattassero prima o poi, magari  durante

una di quelle terribili esercitazioni con la  centrifuga

con   cui   ci   allenavamo  a   sopportare   la   forte

accelerazione    del   decollo.   Purtroppo    anch’essi

sopravvissero.

Oramai  la  partita  si  giocava in tre  e  i  miei  due

avversari  erano  nelle mie stesse condizioni:  uno  non

avrebbe  saputo distinguere un fungo da una ranocchia  e

l’altro, che si diceva esperto di biofisica, non avrebbe

saputo dimostrare il primo principio della dinamica.  Ma

erano  entrambi  appoggiati  politicamente  in   maniera

ineccepibile.

La situazione ristagnava, eravamo più o meno alla pari e

così   si rischiava di rimanere tutti e tre a terra perché

nessuna  delle  parti politiche  coinvolte  avrebbe  mai

ceduto  alle  altre.  I giorni passavano  e  nessuno  si

decideva a riunire la commissione che, esaminando  tutti

i nostri dati personali, avrebbe dovuto decidere chi era

il più idoneo per partecipare alla missione spaziale.

Noi, che eravamo confinati al centro  di  addestramento,

cominciammo  ad  odiarci  a  morte,  ci  facevamo  mille

dispetti  e non ci parlavamo se non per  insultarci,  ci

mettevamo il sale nel caffè, ci allacciavamo di nascosto

i  lacci della scarpa sinistra con quelli  della  scarpa

destra,  ci  mettevamo  le rane dentro  il  letto  e  la

maionese dentro le tasche dei pantaloni.

Poi  avvenne  che il segretario di uno  dei  partiti  di

maggioranza, diventato oramai  completamente

aterosclerotico,  fu spodestato dai suoi  collaboratori,

ci fu un terremoto politico e il governo cadde.

Le  opposizioni  rivendicarono la guida del  governo,  i

partiti  di  maggioranza  si spaccarono e  si  parlò di

elezioni anticipate.

Tuttavia  il  mio caro zietto che, come  vi  dissi,  era

dotato  di eccezionali capacità   camaleontiche, riuscì a

passare  ad  un’altra corrente politica,  quella  giusta

ovviamente,  in tempo per partecipare con successo  alla

formazione  di  un  nuovo  governo  di  coalizione,  con

l’appoggio    dei   Comunisti   e    l’astensione    dei

Repubblicani.  Così   riuscì ad arraffare la poltrona  del

Ministero delle Partecipazioni Statali: una vera pacchia

per lui e per me.

Chi  appoggiava  i miei due antagonisti fu  invece  meno

bravo e non riuscì nemmeno a diventare  sottosegretario:

ormai era fatta.

La  commissione fu rapidamente riunita ed in 30  secondi

esaminò i curriculum dei candidati, cioè  tutta la nostra

carriera universitaria, tutte le nostre pubblicazioni, e

tutti  i  nostri titoli ed alla fine,  all’unanimità   mi

proclamò vincitore della selezione. Sulla Luna ci sarei

andato io!

Arrivato  in  America  però mi  aspettava  una  piccola

delusione: dati i rapporti tesi tra Europa e Stati Uniti

da una parte ed Unione Sovietica dall’altra, la missione

congiunta sulla Luna USA-Europa sarebbe stata resa  nota

solo al nostro ritorno, e comunque con questa spedizione

si  sarebbe esaurito il progetto Apollo: i costi  troppo

elevati  avevano indotto l’amministrazione  americana  a

cercare nei partners europei dei sostenitori  finanziari

al progetto ed erano proprio gli Europei che pagavano in

buona  parte questo viaggio che sarebbe costato  milioni

di  dollari.  Ero  veramente commosso  all’idea  che  il

Popolo Italiano sborsasse tanti miliardi per mandare  me

sulla  Luna,  ma  infondo pensavo che  quel  viaggio  io

proprio me lo meritavo, non per altro che perché io  ero

il più  bello, il più  furbo, e il più ganzo.

Accompagnato da un funzionario dell’Ambasciata  Italiana

mi  fecero giurare insieme ai miei compagni  di  viaggio

che  non avrei reso noto nulla della spedizione fino  al

momento del nostro ritorno, che le conoscenze  acquisite

durante  gli  esperimenti  scientifici  sarebbero  state

patrimonio  esclusivo dei paesi che  partecipavano  alla

missione  e  comunque  qualunque  dichiarazione   doveva

essere  preventivamente concordata con la NASA e  con  i

funzionari del Governo Americano. Io giurai tutto quello

che  volevano,  tanto non me  ne  fregava  assolutamente

nulla. Sarei andato sulla Luna, questa era l’unica  cosa

importante per me.

Così conobbi gli altri astronauti, eravamo in  quattro.

Per l’occasione la capsula Apollo, che era stata

originariamente progettata per tre astronauti, era stata

ingrandita:   Il  comandante  della  missione   era   un

colonnello dell’Aviazione della Marina americana che  si

chiamava  Dan Cooper. Il secondo pilota era inglese,  il

professor Mortimer: sarebbe rimasto sulla capsula Apollo

ad  orbitare  attorno  alla  Luna  per  eseguire   degli

esperimenti di telemetria con un laser sperimentale. Poi

c’era  il francese, il professor Luc Orient che  era  un

illustre  geologo.  Cooper, Orient ed io  saremmo  scesi

sulla  Luna  con  il modulo lunare, il  LEM,  e  avremmo

lavorato sul suolo lunare per una settimana. Dopo di che

ci saremmo ricongiunti con Mortimer sulla capsula Apollo

e  abbandonando  il  LEM su  un’orbita  lunare,  saremmo

tornati sulla Terra.

I miei compagni d’avventura erano veramente in gamba  e

preparatissimi,  non  per  questo  mi  sentivo  con   un

complesso  di  inferiorità, dopotutto  anch’io  nel  mio

campo  (quello puramente teorico immaginativo) ero uno

dei migliori.

Trascorsero alcuni mesi che impiegammo per conoscere

la navicella spaziale, per mettere a punto le  attrezzature

e  per  esercitarci  nelle  manovre  di  emergenza,  poi

finalmente  la  mattina  del primo di maggio  ci  fu  il

count-down.

Il   viaggio   andò  benissimo,   ma   nonostante    il

condizionamento  a cui ero stato sottoposto ero  in  uno

stato  perenne di eccitazione, ero felice, finalmente il

mio  sogno si avverava. Dopo tre giorni eravamo già   in

orbita lunare e il quarto giorno allunammo.

I   miei   due   compagni  di   navicella   si   dettero

immediatamente da fare con i loro apparecchi e iniziammo

a  turno le uscite sul suolo lunare. Io  armeggiavo  con

delle capsule ermeticamente chiuse che contenevano delle

colture  di  lieviti e di batteri Escherichia  Coli  che

facevano parte dei miei esperimenti. In realtà nulla  di

veramente importante, ma mi godevo la Luna.

Tutto  andò  liscio, finché al terzo  giorno non  accadde

il fatto.

Ero all’interno del Modulo Lunare intento a seguire con

le  telecamere i miei due compagni che passeggiavano per

la  Luna,  quando improvvisamente il  colonnello Cooper

esclamo:- Per Dio!-

Disse  proprio così e poi ammutolì. Il professor  Orient

si  preoccupò e  siccome si  era  allontanato  un  poco,

velocemente  si  avvicinò a  Cooper  che  era   rimasto

immobile.   Con   mio   grande   stupore   vidi   Orient

immobilizzarsi  accanto  a Cooper.  Ambedue  tacevano  e

guardavano un punto preciso del suolo lunare.  Cominciai

a preoccuparmi, cosa facevano là impalati a guardare per

terra?

Afferrai il microfono e dissi concitatamente:- Ehi  cosa

succede? che avete perso per strada?-

Per Dio- esclamarono in coro.

Che vuol dire “per Dio”?-

Resti lì  professore, non si muova, ma credo che abbiamo fatto  la  scoperta  del  secolo,  anzi  che  dico,  del millennio- mi rispose il colonnello Cooper.

Poi  vidi  il colonnello tirare fuori  dallo  zaino  una

scatola  trasparente  di  perspex, chinarsi  a  terra  e

armeggiare per circa un minuto con la sua scatolina, nel

mentre Orient faceva fotografie a più  non posso.

Poi  Cooper mi chiamò per radio e mi disse: – Si  prepari

professore, qui c’è  roba per lei, si leccherà  i baffi-

Santo  cielo cosa avevano mai trovato? La curiosità  era

enorme  ma cominciai a preoccuparmi: cosa  avrei  dovuto

fare? Perché  Cooper aveva detto che c’era roba per me?

Con quattro salti i due arrivarono al LEM favoriti dalla

bassa  gravità lunare ed in breve la scatola di  perspex

era   davanti   ai  miei  occhi:   dentro   si   muoveva

impercettibilmente   un   coso,   lungo   circa   cinque

centimetri,   che  era  l’esatta  riproduzione  di   uno

scarafaggio,  di quelli rossi che d’estate ti entrano  a

tradimento in cucina dagli scarichi delle fogne, di quel

tipo che mi aveva fatto sempre uno schifo tremendo.

Alzai  gli  occhi  dall’alieno e  incontrai  lo  sguardo

interrogativo  dei  miei due compagni. In  un  lampo  la

situazione  mi si rivelò in tutta al  sua  drammaticità:

Quella  era  la prima forma di vita  extraterrestre  che

l’uomo  avesse incontrato in tutta la sua storia, ed  io

ero il biologo di bordo. I miei compagni, gli scienziati

al  centro di controllo a Huston, il Governo  Americano,

il  Governo  Italiano, tutta  la  comunità scientifica,

tutta  l’umanità si attendeva che io in  quel  fatidico

momento,   nella  mia  qualità  di   biologo   spaziale,

nell’avamposto    più      estremo   e   più       tecnologico

dell’umanità,  esaminassi, catalogassi,  capissi  tutto,

dicessi la mia sull’alieno e magari gli parlassi.

Invece  tutti si sarebbero accorti che io non  avevo  la

minima preparazione per poter fare o dire  assolutamente

nulla.

E per colmo di sfortuna l’alieno mi faceva pure schifo.

La  mia  carriera avrebbe subito un  colpo  terribile  e

tutti  quelli che avevo danneggiato per  raggiungere  la

mia  posizione ne avrebbero approfittato per rifarsi  su

di me.

Avevo  la  gola secca, cominciai a  sudare  freddo  e  a

sentire le gambe molli, non capivo più  niente e a stento

mi rendevo conto di dove fossi.

E’ uno scarafaggio- dissi con voce strozzata.

Alla  mia  dichiarazione  seguì un  silenzio  di  tomba,

evidentemente  si aspettavano un commento  diverso  alla

straordinaria scoperta.

E’  fantastico- esclamò  dopo un poco Cooper –  il  buon Dio ha voluto concederci questo incredibile  privilegio, la  nostra  spedizione  sarà  ricordata  con  la  stessa importanza  della  scoperta  dell’America  da  parte  di Colombo,  finiremo  sui  libri  di  scuola e  l’umanità    ricorderà  per sempre i nostri nomi!-

E  lei  verrà  immediatamente promosso  generale-  disse                             Orient che forse era il più lucido.

Sì, e poi, per lo meno, capo di stato maggiore- continuò    Cooper con aria sognante.

Dobbiamo   immediatamente   avvertire  il   centro   di controllo di Huston- riprese Orient- forza colonnello, a lei questo onere e questo onore.-Cooper  estrasse  da un armadietto  un  piccolo  manuale sigillato  con  la  copertina nera  e  la  scritta  “TOP SECRET”, lo aprì e  cominciò rapidamente a consultarlo:

non  possiamo mandare il messaggio in chiaro via radio, dobbiamo utilizzare il codice segreto militare perché  ci troviamo  comunque di fronte ad un rappresentante di  un paese  straniero  e  soprattutto  la  notizia  non  deve trapelare,  guai se i comunisti o la stampa venissero  a sapere anzitempo della scoperta!-Mi  guardai attorno stupito: chi era  il  rappresentante del paese straniero a cui si riferiva il colonnello?  Il mio  sguardo  si posò sulla blatta  spaziale:  era  lui!  Cominciavamo  bene! Oltre alle complicazioni  di  ordine scientifico ci sarebbero state anche quelle politiche  e diplomatiche.

Cooper  trasmise   il messaggio in codice,  dopo  alcuni

secondi Huston accusò la ricezione ma non dette risposta

immediata.

Mentre attendevamo il resto della comunicazione Cooper e

Orient cominciarono a fare tutta una serie di ipotesi  e

considerazioni    sull’extraterrestre: – Si    muoveva

lentamente  sul terreno lunare e l’ho visto proprio  per

caso, è incredibile che senza atmosfera, senza acqua  nè

evidenti  fonti di cibo possa esserci la vita su  questo

satellite!- disse il colonnello.

Probabilmente è  un  essere che  trae  l’ossigeno  dai minerali,  e  poi non è improbabile che  nel  sottosuolo lunare vi siano delle riserve di acqua- disse Orient,  e poi rivolto a me:-Che ne pensa professore?-

E’ una buona idea- risposi.

Inoltre- continuò Cooper sempre rivolto a me-  potrebbe vivere nel sottosuolo per rifornirsi di acqua, salire in superficie  per trarre energia dai raggi  solari  magari utilizzando un sistema metabolico simile a quello  della fotosintesi clorofilliana delle piante, e la corazza  di cui è ricoperto  lo proteggerebbe  dalla  mancanza  di pressione atmosferica. Che ne dice professore?-

E’ una buona idea- dissi.

Dovremmo confrontare la polvere di cui è ricoperto  con quella  della  superficie lunare e  fare  un  carotaggio della crosta lunare per vedere se in profondità  troviamo residui geologici simili, che ne pensa?-

E’ una buona idea- ripetei.

Ed  anche esaminare le feci che emette per capire  cosa mangia, che ne pensa professore?-

E’ una buona idea- risposi ancora una volta, inorridito dall’idea   che comunque andassero le  cose  sicuramente quello  schifosissimo animale lo avrei dovuto avere  tra le mani. Ed anche la sua cacca.

In  quel  momento  arrivò   la  comunicazione  da  Huston.

Cooper  prese il suo manualetto e tradusse il  messaggio

in  codice, quindi si rivolse a me e mi  disse: – Vogliono

da  lei  una  descrizione dell’alieno e  ci  vietano  di

mandare  via  etere qualunque immagine  perché otrebbe

essere intercettata.-

Annuii  gravemente, presi una lente di  ingrandimento  e

cercando  di vincere il disgusto cominciai ad  esaminare

l’alieno  attraverso il  rassicurante  contenitore di perspex:

è  lungo circa 5 centimetri- dettai a Cooper che

traduceva in codice- ha sei zampette, due antenne  sulla

testa, due bozzi che sembrano occhi ed una bocca-

Tutto qui?-

E’ coperto da una corazza chitinosa grigia- aggiunsi.

Un po’ deluso Cooper trasmise il messaggio.

Dopo  i soliti secondi necessari ai messaggi  radio  per

viaggiare  fra  la  Terra e  la  Luna,  giunse  un’altra

richiesta:-  Vogliono  sapere se l’alieno è un  essere

intelligente  e  se  si può  comunicare  con  lui-  disse

Cooper sorpreso. Guardammo prima lo scarafaggio e poi ci

guardammo negli occhi tutti e tre: non sembrava  proprio

che quel coso fosse particolarmente furbo. Non so  come,

forse  per  l’ostilità  che sentivo nei  suoi  confronti,

ancor   prima  di  riflettere  esclamai:-  No!   Non è

intelligente, lo escludo nella maniera più  assoluta!-

Cooper prese la mia esclamazione come un’affermazione

di certezza e ancor prima che potessi fermarlo trasmise  il

messaggio.

Dopo  pochi secondi Huston rispose e Cooper tradusse:

Vogliono sapere come fa ad esserne certo.-

Si vede dalla faccia, ha un’espressione da ebete- dissi irritato. Cooper trasmise.

Dopo  poco  Huston inviò questo messaggio: “Attendete

istruzioni,   nel   frattempo  tenete   sotto   costante

osservazione l’essere extraterrestre e programmate altre

uscite  sul  suolo lunare per controllare  se  vi  siano

altri  alieni  intorno al LEM.”

Cooper non  se  lo  fece ripetere due volte: piantò me a

tener d’occhio  l’essere  alieno e se ne uscì con Orient a

cercare scarafaggi.

Non  ne  trovò.  Dopo un’ora di  ricerche,  esaurita  la

riserva d’aria i due rientrarono stanchi e scontenti, ma

appena rividero il nostro extraterrestre il loro viso si

illuminò di nuovo come quello di un padre che rivede  il

proprio figliolo.

Io  nel frattempo, lungi dal guardare la blatta  lunare,

avevo  cominciato  a studiare qualcosa  per  cercare  di

ridurre al minimo la brutta figura che stavo facendo, ma

non  mi  erano venute  idee  particolarmente  brillanti,

invece,  memore delle letture di fantascienza della  mia

giovinezza  in  cui  gli alieni  erano  descritti  quasi

sempre   come   esseri  subdoli  e  mostruosi   che   le

sperimentavano  tutte per distruggere gli esseri  umani,

cominciai a nutrire una certa preoccupazione prima e poi

una vera e propria paura nei confronti di  quell’essere.

O era che gli scarafaggi mi avevano sempre disgustato?

Fatto  sta  che mentre Cooper e Orient  erano  lì, chini

sulla scatoletta di perspex che si comportavano come due

genitori  sulla  culla del loro bambino e  dicevano  “ma

guarda  che  carino”,  oppure  “guarda  come  muove   le

zampettine”,   “ma   che  belle   antennine   che   hai!

piripiripiri!”, io mi sentivo sempre più    angosciato. Ero

solo, a centinaia di migliaia di chilometri dalla  terra

con  quel  mostro chitinoso capace di tutto e  quei  due

deficienti che non capivano con chi avevano a che fare.

Dovremmo  trovargli  un nome- disse  Cooper  mentre  lo coccolava.

Chiamatelo Ciccio Bello- risposi acido.

Ah, che trovata divertente- disse Cooper tutto allegro.

Penso  che  il  colonnello  si  riferisse  ad  un  nome scientifico-  si  affrettò  a  precisare  il   professor Orient.

Scarafus Lunaticus – improvvisai su due piedi.

Bene,  comunicherò  il  nome alla  base-  disse  Cooper soddisfatto.

In quel momento si mise in funzione la radio di bordo  e

Cooper cominciò a decifrare messaggi, ma vidi che  quasi

subito   si   irrigidì   come   se   dovesse    scattare

sull’attenti.  Tuttavia  questa volta non  ci  traduceva

nulla,  anzi rispondeva direttamente senza  consultarci.

Brutto segno pensai.

Poi   finalmente   si   rivolse  a   noi   e   assumendo

l’espressione  più      ufficiale  che  poteva  disse:  -Ho

appena comunicato con il Presidente degli Stati Uniti in

persona   che  si  congratula  con  tutti  noi  per   la

sensazionale  scoperta.  Il presidente con  i  suoi  più

stretti collaboratori  ha  studiato attentamente  la

questione  ed ha così   deciso: se non si può escludere  a

priori   che  lo  Scarafus  Lunaticus  sia   un   essere

intelligente o che comunque non appartenga ad un istema

pensante  più vasto, va trattato  esattamente  come  un

essere  umano, Trasportarlo sulla Terra  significherebbe

di fatto rapire un cittadino di un altro paese e  questo

avrebbe   da  un  punto  di  vista   diplomatico   delle

implicazioni disastrose.-

Bene, buttiamolo fuori ed andiamocene – dissi

speranzoso.

Non è  finita professore- continuò il  colonnello-  nel rispetto  totale dello Scarafus Lunaticus, questo andrà    studiato con i mezzi che abbiamo a disposizione qui  sul

LEM  e  poi  liberato  sano  e  salvo  se   riconosciuto

intelligente    oppure   trasportato  sulla   Terra   se

riconosciuto non intelligente.-

Quindi  mi porse un foglio di carta dove  aveva  scritto

quali  indagini si dovessero effettuare utilizzando  nei

modi  più    disparati gli apparecchi che avevamo a  bordo.

L’elenco  era disperatamente lungo. Poi  continuò:  -Gli

esperti  del  Presidente  consigliano  di  eseguire   le

indagini mettendo in contatto lo Scarafus Lunaticus  con

dei  minerali  lunari  di  diverso  tipo  e   registrare

accuratamente ogni tipo di reazione-

Facile- disse Orient che aveva raccolto in quei  giorni secchi di pietre di tutti i tipi.

Impossibile- gridai.

Perché ?- chiesero in coro gli altri due con espressione stupita.

Non  possiamo  aprire  la scatola di  perspex  per  due motivi:  Il primo è che lo Scarafus Lunaticus  non  vive nell’atmosfera  ed il contatto con l’aria  della  cabina potrebbe essergli fatale. Il Secondo è  che se esiste una forma  di vita così   relativamente evoluta  probabilmente ne  esistono altre meno evolute come virus e batteri  di cui  lo Scarafus potrebbe essere portatore,  aprendo  la scatola potrebbe infettare l’atmosfera del LEM e  questo potrebbe essere fatale per noi.-

 

Questa  volta dovevo essere stato  proprio  convincente,

almeno  ne  avevo  azzeccata  una,  perché i due  miei

compagni assunsero un’aria preoccupata ed assorta.

Non  possiamo nemmeno aprire la scatola fuori dal LEM dato che molte delle apparecchiature che ci servono  sono di  fatto inamovibili perché progettate  per  funzionare all’interno del Modulo- disse sconsolato Orient.

Non  resta  che chiedere istruzioni  a  Huston-  Tagliò    corto Cooper e immediatamente cominciò a trasmettere

in codice.

Dopo  pochi minuti arrivò   la  risposta,  Cooper

decifrò  e così   disse: – Indossare le tute spaziali,  fare

uscire tutta l’aria dal LEM e procedere con gli esami.-

Mi sembra pazzesco- esclamai- con le tute spaziali  non potremo muoverci in uno spazio così   angusto-

Ma   non   abbiamo   altra   scelta   -disse    Orient- l’appuntamento con la storia non si può  differire, costi quel che costi, in fin dei conti siamo scienziati, e  la scienza viene prima delle nostre vite!-

Giusto! non perdiamo ancora tempo! Faremo conoscere  al mondo  intero il nostro valore!- esclamò  il  colonnello Cooper,  e tutti e due subito cominciarono ad  indossare

le   tute  spaziali.  Mi  veniva  da  piangere,   volevo

scappare, pensai che forse potevo far finta di  sentirmi

male  o dire che mia nonna era in fin di vita  e  dovevo

tornare subito in Italia, o che avevo dimenticato il gas

aperto, oppure potevo dire a Cooper che in quel  momento

sua  moglie gli stava facendo le corna col  fratello  di

Orient… invece indossai la tuta anch’io.

Appena  fummo  pronti Cooper espulse l’aria  dal  LEM  e  Orient  prese  la scatola di perspex per aprirla.

Ma  i  guanti della tuta gli impedivano i movimenti delle  dita

e  non  ci riusciva. Cooper decise di  aiutarlo,  ma  la

situazione   peggiorò:   con  la  gravità  ridotta   in

quell’ambiente piccolo cominciammo a sbatacchiare  l’uno

contro  l’altro   dando  colpi di casco  a  destra  e  a

sinistra   imprecando  e  insultandoci  a  vicenda.   La

situazione era assolutamente ridicola.

Poi improvvisamente la scatola sfuggì di mano ad  Orient,

andò  a schiantarsi sul soffitto del LEM, si aprì e  lo

Scarafus  Lunaticus fuggì via. Ci fu un cozzo  terribile

di caschi e ci scambiammo dei calci tremendi per cercare

di  afferrare lo Scarafus (gli altri due) e per  cercare

di evitarlo (io). Rotolammo tutti sul pavimento.

Fui il primo a mettermi in piedi e sentii Cooper che  mi

gridava  dentro gli auricolari del casco: -Professore  è

proprio davanti ai suoi piedi!-

Guardai sul pavimento e vidi l’abominevole  insetto a

pochi centimetri dai miei stivali. E lo pestai.

Fu  un riflesso condizionato di cui mi resi  conto  solo

dopo che avvenne: ma nel momento in cui  attraverso  la

tuta sentii il krack dello scarafaggio schiacciato, ebbi

un attimo di gioia. Poi mi accorsi dell’enormità  del

mio  gesto e il panico cominciò ad assalirmi: ci  fu  un

lunghissimo  momento di silenzio, guardai davanti a  me:

Orient  Esclamò: –  Ciccio  Bello! Non  ci  lasciare!-  e

scoppiò in lacrime.

Cooper  era in piedi e non mi arrivava negli  auricolari

alcun suono, ma quando guardai dentro il suo casco  vidi

che  gli occhi gli ardevano come tizzoni ed  intuii  che

del  fumo  gli uscisse dal naso e  dalle  orecchie.  Poi

guardai la suola del mio stivale: i resti dello scarafus

erano  appiccicati per metà alla suola e per metà erano

rimasti  sul  pavimento del LEM. Nel  silenzio  generale

recuperai la scatola di perspex e vi infilai le  spoglie

dell’extraterrestre,   quindi   richiusi   la    scatola

ermeticamente  e  reintrodussi  l’aria  all’interno  del

modulo. Ci togliemmo i caschi.

Non  avevo  il coraggio di dire una parola,  guardai  di

nuovo Orient che piangeva e Cooper che mi fissava. Aveva

uno  sguardo carico d’odio e sicuramente stava  pensando

in quanti modi mi poteva ammazzare.

Dobbiamo  fare  rapporto- gli dissi e  lui  sbiancò  in viso:  come  mai avrebbe potuto spiegare  al  Presidente quello  che era accaduto? Erano cavoli suoi pensai,  per lo  meno  con la preoccupazione di  trovare  una  storia plausibile  da  raccontare avrebbe  desistito  dai  suoi immediati propositi omicidi ed io avrei riportato a casa la pelle.

Poi  guardai  nella scatola di perspex i resti  di  quel

povero  esserino schifosino, ora mi faceva  quasi  pena.

Con  lui  erano morti i sogni di gloria di Orient  e  le

ambizioni  di Cooper, ma sicuramente si  erano  infranti

anche tutti i progetti che i politici e le segreterie di

stato  sulla  terra  avevano di  certo già   iniziato  a

preparare per sfruttare contro   gli avversari l’effetto

della scoperta. Avrebbero sfruttato nei modi più biechi

l’immagine di quel povero insetto.

Ma  non  c’è  niente di peggio per un  essere  umano  che

vedersi  sfuggire  di mano un  traguardo  quando  questo

sembra  ormai  definitivamente  acquisito.  Infatti   il

collegamento radio fra Cooper, il Presidente degli Stati

Uniti  e  gli Scienziati di  Huston  fu  particolarmente

tempestoso.   Il  colonnello  che  evidentemente   aveva

inviato un rapporto abbastanza preciso di quello che era

avvenuto,  ricevette  dei messaggi che  dovevano  essere

terribili,   perché     ogni  volta  che   decodificava   i

messaggi, sudava freddo e impallidiva, poi  regolarmente

rivolgeva lo sguardo verso di me e mi guardava con odio.

Alla   fine  disse,  rivolgendosi   ad   Orient: – Abbiamo

l’ordine di rientrare immediatamente sulla Terra,  tutti

quanti.  Purtroppo  non mi hanno autorizzato  a  buttare

fuori  da  questa astronave quel bastardo- e  indicò  me

senza nemmeno guardarmi.

Da allora non ci parlammo più.

Il  viaggio di ritorno fu penoso, nella  capsula  Apollo

che era piccolissima e ci stavamo a stento seduti  tutti

e quattro, con grande disappunto di  Mortimer,  evitammo

accuratamente  non  solo di scambiarci  la  più  piccola

sillaba,  ma  anche di toccarci.  Per  le  comunicazioni

indispensabili   al  volo,  Mortimer  dovette  fare   da

intermediario fra me e gli altri due.

Una  volta atterrati fummo sottoposti ad una  brevissima

(almeno  per me) inchiesta e quindi fui rispedito  senza

tanti complimenti in Italia sul primo aereo di linea con

l’allegra  compagnia  di un  capitano  dei  Carabinieri.

Prima  di  partire  un  funzionario  del  Pentagono   mi

comunicò che visto l’infausto  risultato  dell’impresa,

nessuno  ne  avrebbe  mai saputo nulla, e  mi  ammonì a

tenere il segreto.

Durante il viaggio in aereo non parlai molto con il  mio

accompagnatore, ma ad un certo punto questi mi disse:

Caro professore, non so cosa sia successo alla NASA, ma deve  essere  successo  un  bel  casino:  l’ambasciatore italiano è stato convocato alla Casa Bianca  e  poi è stato richiamato a Roma, ed il governo è stato sull’orlo della crisi, c’è stato un rimpasto.-

Non è una novità – risposi -in Italia c’è  una crisi  di governo ogni settimana-

Questa  volta  sembra che siano stati gli  americani  a provocare un putiferio-

Non   può  immaginare  quanto  danno  possa  fare   uno scarafaggio-

Ma che c’entrano gli scarafaggi?-

Non risposi. Forse il capitano sapeva tutto o forse  no,

ma io non avevo proprio voglia di parlare.

Arrivato  a Roma mi scapicollai da mio zio, ma alla  sua

segreteria mi dissero che era occupatissimo e non poteva

ricevere  nessuno.  Allora mi qualificai per  il  nipote

amatissimo,  ma quelli mi dissero che non gli  risultava

che l’onorevole ex ministro avesse mai avuto un nipote.

Fu  in quel momento che capii quale era la  vera  entità

del  disastro:  se  Orient  non  sarebbe  mai  diventato

famoso, se Cooper non sarebbe mai diventato generale,

ma era già  tanto se fosse rimasto a vita colonnello, io ero

sicuramente rovinato.

Non fui sorpreso pertanto di trovare sulla mia scrivania

in istituto la lettera delle mie dimissioni già  scritta,

mancava solo la firma.

Firmai immediatamente e sparii.

Elpidio  tace,  mi accorgo che la  bottiglia  di  Pernod accanto  a  lui è ormai vuota, e forse lui è  un  poco ubriaco, ma  sembra più sereno. Francamente  mi  sembra proprio di vederlo sotto una luce diversa, ma non riesco a capire quale. Non so se compiangerlo o dirgli che  gli sta bene.

Invece  Artura  sembra avere le idee  più chiare:-  Hai

fatto una cosa orribile-.

Hai ragione, non avrei mai dovuto ammazzare lo Scarafus

Lunaticus.-

Ma non mi riferisco a questo, testone!-

A cosa allora?- Chiede Elpidio sinceramente stupito.

Hai   imbrogliato   tutti,   hai   inventato   ricerche scientifiche  inesistenti,  hai fatto mettere  da  parte scienziati molto più bravi di te e non per ultimo facevi prostituire le studentesse! Eri un mostro!-

Chi  io?  E perché ?- Continua Elpidio  con  un  candore disarmante.

Chi  nasce  tondo  non può  morire  quadrato-  commenta amaramente  Rachele,- basta, io voglio andare  a  letto, questa storia mi ha veramente distrutta.-Sembra  che Rachele abbia parlato per tutti,  infatti  i presenti si alzano e in silenzio se ne vanno.

Elpidio rimane solo con la sua bottiglia di Pernod vuota

e i suoi fantasmi.

Chissà     se  il fantasma dello  Scarafus  Lunaticus  ogni

tanto non gli compaia in sogno e gli faccia il solletico

ai piedi.

Dalla camera da letto da cui normalmente, nonostante le pareti di vetro, non riusciamo a distinguere all’esterno vediamo chiaramente fino nel soggiorno dove Elpidio è rimasto solo sulla poltrona incapace di alzarsi. È la prima volta che succede, è come se ci fosse un corridoio luminoso puntato su di lui, come se tutto in torno a lui fosse trasparente, egli in questo momento è al centro dell’attenzione della casa, ma proprio della casa più che dei suoi inquilini. Poi lentamente, come in una dissolvenza, le pareti si vanno offuscando ed Elpidio ancora una volta scompare.

 

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Serena Marotta

Giornalista palermitana, classe 1976. Laureata in Giornalismo. Ha collaborato con il Giornale di Sicilia, La Repubblica, il L’Ora e scrive per diversi quotidiani online. Le sue passioni? La scrittura, il canto e la fotografia. Ama la sua città: Palermo.

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