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Gli anni più belli

Recensione dell'ultimo film di Gabriele Muccino

“Gli anni più belli” è un film corale, liberamente ispirato al “C’eravamo tanto amati” di Ettore
Scola, di cui Muccino compra i diritti. E’ il regista stesso, però, a mettere in guardia lo spettatore dal
perdersi in paragoni che non avrebbero alcun fondamento.
Non è sua intenzione proporre un remake di quel film, irrealizzabile. Quanto una sua personale
riflessione sulla vita: sulla sua, come su quella dei cinquantenni di oggi, che si trovano a fare
bilanci, tra fallimenti e aspettative realizzate.
Sono gli uomini e le donne che una battuta
del film
definirà “
falsi cinquantenni”
, quelli che non
“ci siamo mai presi responsabilità”
e che “
non si
lasciano un cazzo alle spalle
“: irrisolti, sognatori, ma incapaci di fare meglio dei propri
predecessori.
Narra la storia di quattro personaggi, legati da una profonda amicizia che, nonostante le traversie
che la vita inevitabilmente pone davanti, rimane intatta nel tempo. Sullo sfondo, viene ripercorsa la
storia d’Italia, dagli anni ’70 fino ad oggi.
Il regista, a questo scopo, si serve di scenografie e di costumi studiati nei minimi dettagli, che
evocano quelli del tempo; la colonna sonora, affidata nella parte inedita a Piovani, cita le canzoni di
Bennato, di Baglioni, dei Simple Minds. E sceglie immagini iconiche degli eventi più significativi:
la rivoluzione del ’68, la caduta del Muro di Berlino, l’attentato alle Torri Gemelle, l’avvento di
Mani Pulite che segna la fine della Prima repubblica, la nascita del Movimento 5 Stelle.
La storia ha ripercussioni flaubertiane sulla vita dei personaggi, che vengono sfiorate, ma non
approfondite, per volontà precisa del regista. Al quale preme porre allo spettatore, cui i personaggi
si rivolgono di tanto in tanto durante lo svolgimento del film, la seguente domanda: nella vita, cosa
conta di più: l’essere o l’apparire? La conferma sociale, o lo spessore interiore? Possono trovare
spazio, nella società di oggi, contraddistinta, per dirla con Baumann, da rapporti liquidi, valori
importanti come l’Amore, l’Amicizia? Possono trovare posto, e concretamente realizzarsi, le “cose
che ci fanno stare bene”, come dicono i quattro protagonisti alla fine del film, in una notte di
Capodanno?
La risposta del regista sembra essere affermativa. Emerge dai contrasti tra i vari personaggi, le cui
vite sembrano prendere pieghe diverse, per poi ricomporsi all’insegna dei grandi valori,
intramontabili. Per cui, se da un lato Giulio, interpretato da un magistrale Pierfrancesco Favino,
cede alle lusinghe del successo e della notorietà, diventando un Principe del Foro, dall’altro lato si
accorge di quanto queste siano effimere. E’ vero che la società sembra premiare l’onorevole
corrotto, che fonda le sue fortune sulla diffusione del sangue infetto, facendosela franca. Ma il
regista è impietoso nel dare risalto a come il riconoscimento sociale non risponda a spessore morale,
e quanto sia vuota e infelice la vita della classe borghese. Per cui, il matrimonio di Giulio con la
figlia dell’onorevole in questione, interpretata da Nicoletta Romanoff, si salva nella facciata. Ma nel
suo retrobottega, impera il degrado morale, e i componenti della famiglia, di fatto, sono disgregati.
Resta un idealista immaturo, che non riesce a trovare un proprio posto nella società, un altro
personaggio: Riccardo, detto Sopravvissù, interpretato da Claudio Santamaria. Aspirante critico,
rimarrà inchiodato alla mediocrità delle proprie aspirazioni. A causa della sua inconsistenza e della
sua immaturità, fallirà il matrimonio con Anna, ben interpretata da Emma Marrone. Riuscirà però a
non smarrirsi, a mantenere una propria pulizia morale, e a recuperare il rapporto con il figlio.
Il personaggio che mantiene invece una sua integrità dall’inizio alla fine, è il professore Paolo,
interpretato da un profondo Kim Rossi Stuart. Pulito, idealista, ben saldo nei valori morali, poetico.
Amerà sempre, senza perderla mai di vista, la sua Gemma, interpretata da una bravissima Micaela
Ramazzotti, che invece ricambierà il sentimento in modo altalenante, vittima com’è della propria
fragilità. Paolo nel film ha il ruolo del “grillo parlante”: inizia la sua carriera di professore come
precario, e sembra annoiare gli studenti invitandoli a studiare per se stessi, senza cercare conferme
negli altri. Perché l’opinione degli altri è mutevole, e non può, l’apparire, condizionare la nostra
vita. Alla stessa conclusione arriverà Giulio, quando farà i conti con la propria infelicità personale:
le lusinghe degli altri non possono dare l’affetto vero, quello che riscalda il cuore. E per questo,
dopo avere fatto il bilancio impietoso della propria vita, dirà alla figlia Sveva:
Non fare mai
compromessi con niente e con nessuno. Le cose devono andare bene per te, non per gli altri.”
Ci sono poi scene splendide: rimarrà nella storia del cinema la corsa di Gemma per le scale, corsa
affannosa e incalzante, in cui la protagonista cambia continuamente abiti e fisonomia fino a
diventare la donna che si riconcilia con l’unico grande amore della sua vita, Paolo: in sottofondo la
splendida aria della Tosca, “E lucevan le stelle”.
Significativa la scena finale: Paolo organizza una festa a casa sua, per festeggiare il Capodanno.
Giulio i prende parte, portando con sé Sveva, mentre sua moglie, senza scrupoli come il padre,
invita a cena le eminenze religiose. Un segno evidente e marcato dei contrasti presenti nella nostra
società, dei “sepolcri imbiancati”, che la contraddistinguono. Giulio, Paolo, Gemma e Riccardo,
invece, si riuniscono, felici di essersi ritrovati. Con loro, i loro figli, a simboleggiare una vita che
continua all’insegna della profondità, e non della facciata. Bisogna inseguire e perseguire solo
quello che ci fa stare
bene
”. Solo questo dà dignità e senso al nostro passaggio sulla Terra.
Diranno:”
Le
cicatrici sono il segno che è stata dura. Il sorriso è il segno che ce l’abbiamo fatta!”
Il film è ambientato a Roma, alla cui bellezza la fotografia, eccellente, dà il giusto risalto. Muccino
rivela di avere raggiunto una grande maturità, come regista e come uomo. E vale la pena, in una
società in cui tutto sembra esaltare il denaro, l’ipocrisia e l’impermanenza nei rapporti, vedere un
film che va controcorrente. E per questo, assolutamente poetico.
Ornella Mallo
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